Un itinerario alla scoperta del patrimonio storico, artistico e rurale ai piedi dei Colli Euganei, dove antiche vie d'acqua, borghi e castelli raccontano secoli di vita e di trasformazioni del territorio. Partendo da Abano Terme, il percorso attraversa la campagna veneta e conduce a luoghi ricchi di fascino, come il Castello di San Pelagio, il Borgo di Pontemanco, con i suoi storici mulini, e il Castello del Catajo, imponente dimora rinascimentale legata alla famiglia Obizzi. Tra paesaggi agricoli, piccoli centri e testimonianze del passato, la bicicletta diventa uno strumento privilegiato per esplorare il territorio con lentezza, curiosità e spirito di scoperta.
A Due Carrare, nella campagna che si estende ai piedi dei Colli Euganei, il Castello di San Pelagio custodisce una storia che attraversa quasi sette secoli: dalle lotte fra le signorie medievali alla vita aristocratica delle ville venete, fino a una delle più celebri imprese aeronautiche della Prima guerra mondiale. È un luogo nel quale architettura, paesaggio e memoria si intrecciano, offrendo al visitatore un incontro insolito fra storia antica e avventura moderna.
Le origini del complesso risalgono al Trecento, quando i Carraresi, signori di Padova, fecero costruire una torre merlata con funzione difensiva e di avvistamento, in un periodo segnato dai conflitti con le potenze vicine, fra cui gli Scaligeri di Verona. La torre, ancora oggi riconoscibile, costituisce il nucleo più antico di un edificio che nel corso dei secoli ha cambiato profondamente aspetto e destinazione.
Nel 1544 la proprietà passò alla famiglia Sant'Uliana; nel Settecento, nel 1752, fu acquisita dai conti Zaborra. Furono questi ultimi a trasformare progressivamente l'antica struttura difensiva in una residenza signorile, ampliandola con nuovi ambienti e barchesse destinate alle attività agricole. Il complesso assunse così la fisionomia tipica di una villa veneta: una dimora padronale affiancata da edifici di servizio, immersa in un paesaggio nel quale la vita aristocratica conviveva con il lavoro della campagna.
Il giardino storico, gli spazi verdi e i labirinti completano oggi l'insieme, creando un ambiente nel quale la residenza dialoga con la pianura circostante e con il profilo dei Colli Euganei. San Pelagio racconta così anche una trasformazione più ampia: quella di molti castelli della terraferma veneta, che da presidi militari divennero centri di proprietà agricola, rappresentanza e vita familiare.
La pagina più celebre della storia del castello è legata a Gabriele d'Annunzio, poeta, scrittore e ufficiale dell'aviazione durante la Prima guerra mondiale. Il 9 agosto 1918, dal campo di volo allestito nei terreni della proprietà, partì la squadriglia La Serenissima, guidata da d'Annunzio insieme al capitano Natale Palli, per raggiungere Vienna, capitale dell'Impero austro-ungarico.
La missione era stata preparata nei mesi precedenti e prevedeva un volo di circa mille chilometri sopra territori nemici. Undici apparecchi decollarono da San Pelagio; soltanto sette riuscirono a raggiungere la capitale austriaca. Qui gli aviatori lanciarono centinaia di migliaia di volantini, in italiano e in tedesco, con un messaggio di propaganda che invitava la popolazione alla resa. Non si trattò dunque di un bombardamento convenzionale, ma di un'azione dimostrativa destinata a colpire l'opinione pubblica e a dimostrare la capacità dell'aviazione italiana di raggiungere il cuore del territorio avversario.
L'impresa ebbe una vasta risonanza internazionale e contribuì a consolidare la fama di d'Annunzio, che aveva saputo unire abilità propagandistica, audacia personale e intuizione del potere simbolico delle nuove tecnologie. Il castello conserva le stanze dannunziane, legate alla sua permanenza e alla preparazione dell'impresa: ambienti che permettono di avvicinarsi non soltanto all'episodio storico, ma anche alla figura del poeta-soldato e al clima culturale dell'Italia in guerra.
Nel 1980, per volontà della famiglia Zaborra, il castello aprì al pubblico il Museo del Volo, trasformando una parte della residenza in un percorso dedicato alla lunga aspirazione umana di conquistare il cielo. Il museo accompagna il visitatore dai primi tentativi di volo e dagli studi di Leonardo da Vinci allo sviluppo degli aeroplani, degli idrovolanti e dei dirigibili, fino alle grandi imprese aeronautiche del Novecento. Dal 2025, il percorso si è arricchito anche della mostra permanente Volo&Arte, che esplora il rapporto fra il volo e le diverse forme di espressione artistica.
Visitare San Pelagio significa quindi attraversare epoche e visioni differenti: la necessità medievale di difendere un territorio, il prestigio e l'organizzazione agricola della nobiltà veneta, l'entusiasmo per le conquiste tecnologiche e la memoria di una guerra che cambiò profondamente l'Europa.
Per chi percorre in bicicletta l'itinerario Borghi e Castelli, una sosta al Castello di San Pelagio offre l'occasione di scoprire un luogo in cui la storia locale si intreccia con quella nazionale. Fra la torre trecentesca, il giardino e le testimonianze del volo, San Pelagio invita a guardare il paesaggio non come semplice sfondo, ma come teatro di vicende umane che continuano a parlarci.
Per informazioni su visite e aperture, consulta il sito ufficiale del Castello di San Pelagio
Lungo il canale Biancolino, nella campagna di Due Carrare, Pontemanco conserva il fascino discreto di un antico borgo fluviale, nato e sviluppatosi grazie alla forza dell'acqua. Le case affacciate sul canale, i vecchi mulini, le dimore signorili e le strette vie raccontano una storia nella quale il lavoro, la navigazione e la vita quotidiana hanno costruito, nel corso dei secoli, un paesaggio profondamente legato alla presenza dei corsi d'acqua.
Le origini di Pontemanco risalgono almeno al XIII secolo, mentre la presenza dei suoi mulini è documentata nel 1338, nel testamento di Marsilio da Carrara, signore di Padova. La particolare conformazione del canale Biancolino, caratterizzata da un dislivello di circa tre metri, offriva le condizioni ideali per sfruttare l'energia dell'acqua e azionare le ruote dei mulini.
Nel corso dei secoli, l'attività molitoria si sviluppò fino a raggiungere una notevole importanza economica. I due complessi, collocati sulle rive opposte del canale, arrivarono a ospitare complessivamente dodici ruote, impiegate soprattutto nella macinazione dei cereali. Le granaglie venivano trasformate in farina e destinate ai mercati e alle comunità del territorio circostante.
Intorno ai mulini si formò progressivamente un vero centro produttivo. Mugnai, carpentieri, carrettieri, maniscalchi, barcaioli e altri lavoratori trovarono qui un'occupazione, mentre le loro famiglie abitavano nelle case sorte lungo il corso d'acqua. Pontemanco divenne così un piccolo organismo economico nel quale produzione, abitazioni e trasporti erano strettamente connessi.
La fortuna di Pontemanco non dipendeva soltanto dai mulini. Il Biancolino faceva parte di una rete di vie d'acqua che collegava il territorio padovano con i principali centri commerciali della regione. Attraverso i canali navigabili, le merci potevano raggiungere altri insediamenti e proseguire verso la laguna veneta.
Le imbarcazioni da trasporto, tradizionalmente chiamate burchi, permettevano di movimentare prodotti agricoli e materiali, contribuendo agli scambi fra campagna e città. In questo sistema, i mulini di Pontemanco rappresentavano un punto strategico: trasformavano le granaglie e si inserivano in una rete commerciale che sosteneva l'economia locale.
Il nome stesso del borgo è tradizionalmente collegato all'ipotesi che, in origine, mancasse un ponte fra le due rive. Il passaggio che oggi permette di attraversare il canale costituisce quindi un elemento significativo anche per comprendere l'evoluzione dell'insediamento.
Accanto agli edifici produttivi, Pontemanco conserva testimonianze della presenza delle famiglie proprietarie dei mulini e dei terreni circostanti. Tra queste spicca Villa Pasqualigo-Grimani-Fortini, residenza che documenta il progressivo inserimento della nobiltà veneziana nella vita economica della terraferma. La villa è accompagnata dall'Oratorio della Beata Vergine Annunciata e da edifici che completano il tessuto storico del borgo.
Questa convivenza fra dimore signorili, abitazioni dei lavoratori e strutture produttive racconta un'organizzazione sociale nella quale la ricchezza agricola e il controllo delle risorse idrauliche avevano un ruolo fondamentale. Il paesaggio di Pontemanco non è quindi soltanto pittoresco: conserva le tracce di un sistema economico che per secoli ha legato proprietà terriera, lavoro artigiano e commercio.
L'attività dei mulini si è progressivamente esaurita con le trasformazioni dell'economia e dei sistemi produttivi. Uno dei complessi è stato distrutto da un incendio nel 1971, mentre l'altro è stato oggetto di interventi di recupero che hanno restituito visibilità a importanti elementi della sua struttura storica. La ruota collocata sulla facciata rivolta verso il canale richiama ancora oggi il principio che per secoli ha animato il borgo.
Per chi percorre in bicicletta l'itinerario Borghi e Castelli, Pontemanco è una sosta da vivere con calma. Fermarsi sul ponte, osservare il corso dell'acqua e seguire con lo sguardo le antiche costruzioni permette di immaginare il rumore delle ruote, il movimento delle merci e il lavoro delle persone che animavano queste rive.
È proprio questa la ricchezza del borgo: mostrare come un elemento naturale, l'acqua, possa diventare nel tempo una risorsa economica, un principio di organizzazione urbana e il fondamento di una comunità. A Pontemanco, la storia non si legge soltanto sulle facciate degli edifici, ma nella relazione ancora riconoscibile fra il canale, i mulini e le case che gli si affacciano.
La storia del Castello del Catajo è innanzitutto la storia di una famiglia che volle trasformare il proprio prestigio in un'opera destinata a durare nel tempo. Gli Obizzi, casato di origine borgognona giunto in Italia nel Medioevo, si distinsero soprattutto nell'attività militare e nel servizio prestato a diverse autorità politiche e signorie italiane. Il loro percorso rappresenta quello di una nobiltà che costruiva la propria posizione attraverso le armi, le alleanze e la capacità di farsi riconoscere presso le corti.
Il primo nucleo della residenza risale al 1516, quando venne iniziata la costruzione della cosiddetta Ca' sul Tajo, legata alla proprietà della famiglia. Fu però Pio Enea I degli Obizzi a concepire, nella seconda metà del Cinquecento, un edificio monumentale capace di celebrare la grandezza del casato. I lavori del nucleo principale, chiamato Castel Vecchio, iniziarono nel 1570 e si conclusero nel 1573, secondo il progetto elaborato con l'architetto Andrea Da Valle.
Il risultato fu una costruzione singolare, sospesa fra l'aspetto di una fortezza e quello di una residenza principesca. Le dimensioni, le terrazze, le scalinate e gli ambienti di rappresentanza evocavano un mondo aristocratico nel quale la magnificenza architettonica aveva un preciso significato sociale: mostrare agli ospiti, agli alleati e ai rivali la forza e la continuità della famiglia.
Nei secoli successivi il Catajo venne ampliato e arricchito, soprattutto per iniziativa di Pio Enea II, che ne accentuò la dimensione teatrale e mondana. Nel 1803, con la morte senza eredi diretti di Tommaso Obizzi, si chiuse la storia dinastica della famiglia e il castello passò agli Asburgo-Este, entrando progressivamente nell'orbita delle grandi residenze di corte.
Il Catajo è dunque molto più di un castello: è il racconto in pietra di un'ambizione familiare, nata dalla tradizione militare e trasformata in un progetto di prestigio, cultura e autorappresentazione.
Entrando negli ambienti di rappresentanza del Castello del Catajo, il visitatore incontra un racconto che si sviluppa sulle pareti attraverso battaglie, incontri, matrimoni e vicende familiari. Non si tratta semplicemente di decorazioni destinate ad abbellire le sale: gli affreschi costituiscono un vero programma celebrativo, concepito per presentare la storia degli Obizzi come una successione di imprese degne di memoria.
Nel 1571 Pio Enea I commissionò il ciclo pittorico a Giovanni Battista Zelotti, pittore veneto legato alla grande stagione artistica del Cinquecento e vicino alla cultura figurativa di Paolo Veronese. Zelotti realizzò circa quaranta scene narrative, accompagnate da iscrizioni che aiutano a identificare gli episodi e a seguirne lo svolgimento cronologico.
La scelta di rappresentare le vicende della famiglia rispondeva a una precisa esigenza culturale. Nel Rinascimento, le immagini potevano essere uno strumento di comunicazione politica e sociale: raccontavano il passato, trasmettevano valori e contribuivano a legittimare il prestigio di una casata. Al Catajo, gli Obizzi si presentarono come protagonisti di una lunga storia di fedeltà, coraggio, servizio militare e relazioni con i poteri del loro tempo.
È importante, tuttavia, distinguere fra la storia documentata e la sua rappresentazione celebrativa. Un ciclo di questo genere non era concepito come una ricostruzione imparziale secondo i criteri della storiografia moderna. Gli episodi erano selezionati e organizzati per costruire un'immagine autorevole della famiglia. Proprio per questo, gli affreschi sono preziosi anche come testimonianza del modo in cui una famiglia nobile desiderava essere ricordata.
Accanto alle scene narrative, allegorie, figure mitologiche, putti e decorazioni floreali contribuiscono a creare un ambiente nel quale arte e architettura si fondono in un'unica esperienza. Il visitatore non si trova davanti a una semplice galleria di dipinti, ma dentro una storia che lo circonda e lo invita a riconoscere il prestigio dei padroni di casa.
Osservare gli affreschi significa quindi leggere due storie contemporaneamente: quella degli eventi raffigurati e quella della società rinascimentale che utilizzava l'arte per dare forma visibile al potere.
Visualizza l'itinerario n. 1 di Da Abano a Pedali su Google Maps
Vai al Padlet dell'itinerario n. 1 di Da Abano a Pedali per esplorare in "modalità mappa" i luoghi di interesse, servizi e curiosità attorno a te.
Visualizza la galleria fotografica (album condiviso) per l'itinerario n. 1 "Borghi e Castelli" di Da Abano a Pedali
L’itinerario parte da Piazza dei Caduti ad Abano Terme, in direzione Montegrotto, ma devia a sinistra prima di entrare in paese e segue una ciclabile su marciapiede (con tratti su strada) in direzione SE attraversando piccoli centri abitati e vaste campagne coltivate fino a raccordarsi ad una ciclabile (su Via di San Pelagio) ed arrivare al Castello di San Pelagio di fronte al quale un aereo Republic RF-84F Thunderflash annuncia il Museo del Volo qui ospitato a ricordo della sua funzione militare quando, durante la Grande Guerra venne allestito un campo volo dal quale il 9 agosto del 1918 decollarono 8 aeroplani Ansaldo S.V.A. dell'87ª Squadriglia battezzata "La Serenissima". Tra i passeggeri il poeta italiano Gabriele D'Annunzio. L’obiettivo della missione era quello di lanciare sulla città di Vienna migliaia di manifestini tricolori con su stampato un messaggio d’intesa tra i popoli Italiano e Austriaco, messaggio composto dall’allora giornalista del Corriere della Sera Ugo Ojetti.
La visita al Castello di San Pelagio include oltre al Museo del Volo anche i bellissimi giardini nei quali sono ospitati un roseto e due labirinti: il “Labirinto del Minotauro” e il “Labirinto del Forse che sì, forse che no”.
Dopo la visita al Castello di San Pelagio l’escursione procede verso l’antico borgo Quattrocentesco di Pontemanco, un borgo nato sulle rive del canale Biancolino attorno ad un mulino dove i Carraresi macinavano i cereali sfruttando la forza dei canali. Quello di Pontemanco era uno dei 12 mulini sotto il Governo di Venezia che occupavano carpentieri, fabbri e contadini per la produzione delle farine. Nel borgo intatto si possono vedere ancora oggi il mulino, la rete idrica che lo azionava, inclusa la ruota, la villa padronale, Villa Grimani Fortini (con l’annesso “brolo” orto-frutteto) che è stata la residenza di Domenico Carlo Fortini, primo sindaco del Dopoguerra, e sede, agli inizi del Novecento, della Farmacia Rigono-Fortini, la prima del Comune di Carrara. Vale la pena entrare nella piccola chiesetta Oratorio della Beata Vergine Annunziata decorata con splendidi dipinti sia sulle pareti che sul soffitto ligneo, e finemente arredata e impreziosita da bellissimi busti e statue. La Villa Grimani Fortini è tuttora abitata e non visitabile, ma la vista del suo prospetto e del giardino sono sufficienti ad incantare il visitatore. La stessa struttura del borgo, che sorge sulla sponda sinistra del Biancolino, è un gioiello; mentre lo specchio d’acqua del bacino idrico artificiale restituisce splendidi riflessi delle facciate degli edifici del paese. Dopo aver lasciato Pontemanco l’itinerario prosegue in direzione Due Carrare, percorrendo a tratti una ciclabile e a tratti una provinciale (SP9) arrivando in paese dopo aver superato Villa Tondello, splendido esempio di corte domenicale con l’abitazione signorile attorniata di quelle pertinenze fondamentali all’attività rustica dell’epoca.
Lasciata Due Carrare, dove è possibile sostare in uno dei bar della piazza, l’itinerario prosegue verso il Castello del Catajo al quale si arriva dopo aver superato una bella villa che biancheggia in lontananza tra splendidi vigneti. Si tratta dell’azieda vinicola “Cantina La Mincana dal Martello” sempre pronta ad accogliere i visitatori per visite e degu-
stazioni (è opportuno chiamare per tempo per avvisare del proprio arrivo). L’arrivo al Catajo non è agevole e bisogna fare attenzione in quanto si percorre per circa 200 mt la SS16 fino al Ponte del Catajo. La visita al famoso castello include i giardini, i cortili esterni e due piani completamente restaurati. Una curiosità sul Castello del Catajo riguarda il soggiorno, nell’estate del 1914, di Ferdinando d’Asburgo e sua moglie Sofia poco prima dell’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, episodio che diede inizio alla Grande Guerra. Lasciato il Catajo si segue il canale Battaglia su una panoramica ciclabile, che però si lascia quasi subito, seguendo le indicazioni per Montegrotto e, dopo aver attraversato la cittadina, fare rientro ad Abano Terme.